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Antica Porta ingresso paese con stemma araldico

{fonte: "Come eravamo" ...Riano ieri e oggi}

Il suolo della regione laziale è il risultato di una successione di eventi geologici mai interrotti sulla crosta terrestre. Circa quattro milioni di anni fa il mare copriva tutta la regione laziale, ma all'inizio dell'era quaternaria cominciò un movimento di emersione. L'ambiente marino man mano che la terra emergeva diventava lagunare per cui a Nord di Roma si formò la Valle dei Tevere e ad est la Valle dell'Aniene. In seguito all'apporto di materiale trascinato dai fiumi, l'ambiente da lagunare diventò continentale. Nel territorio di Riano la testimonianza dell'emersione è nella fertile pianura del Tevere.

I colli di Riano si sono formati invece per le eruzioni dell'era vulcanica durata trentamila anni ed iniziata alla fine del quaternario inferiore.

Nelle vicinanze del paese, a causa di tali eventi, sono stati rinvenuti resti marini fossili e scheletri di animali preistorici tra cui, di particolare interesse, lo scheletro mummificato di un cervo, sconosciuto in altre zone d'Italia, denominato Cervus Riani.

Un territorio che oggi, oltre a custodire un patrimonio storico, culturale e ambientale di inestimabile valore, è in grado di offrire aspetti paesaggistici di straordinaria bellezza.

Posto sopra una propaggine tufacea, forse in origine un insediamento dell'agro capenate, che domina il Tevere, a Riano si giunge dopo aver percorso per tre chilometri la provinciale Rianese dal 25.400 chilometro della via Flaminia; in prossimità di questo incrocio, si trova, sulla consolare, l'antico casale dell'Osteriola, detto anche del Fico o dell'Aquila nera, con lo stemma della famiglia Ludovisi.

Sull'etimologia del nome, non tutti gli storici concordano: alcuni ritengono che derivi dal latino "rivus" per via dei numerosi ruscelli che scorrevano nel suo territorio; altri invece, sostengono che il nome derivi da un’Ara di Giano, antico dio romano, o Ara Iani. Recentemente sono stati rinvenuti resti di abitazioni signorili di epoca romana, che potrebbero avvalorare l'ipotesi dell'Ara lani oltre a numerosi reperti archeologici che testimoniano come la zona fosse abitata anche in epoche lontane. Il nome attuale, comunque, discende da quello di Castrum Raiani o Castrum Reiani che ebbe nel periodo medioevale. Le prime notizie di questo borgo risalgono al 1169, quando venne donato a papa Adriano IV.

Proprietà dei monaci di San Paolo, il feudo passò sotto la signoria di varie famiglie: i Cesi, i Ruspoli dal 1600 e, infine, i Boncompagni Ludovisi.

Il territorio in origine era abitato dai Capenati che facevano parte delle popolazioni italiche che prosperavano nel Lazio, prima dell'avvento di Roma. La loro cultura ebbe degli aspetti propri, ma si notano anche varie influenze esterne. Parlavano una lingua del tutto originale, affine all'etrusco, molto simile al latino e con influenze sabine. Il territorio dell'antico popolo Capenate era situato lungo la riva destra del Tevere: confinava a Nord con i Falisci, ad Est con il Tevere e i Sabini, a Sud e a Ovest con il territorio etrusco di Veio. Esso comprendeva gli attuali comuni di Capena, Fiano, Morlupo, Civitella, Nazzano, Ponzano, Filacciano, Torrita, Rignano, S. Oreste, Castelnuovo e Riano. Comuni appartenenti alla Valle del Tevere. Tutto il territorio compreso tra la via Tiberina ed il Monte Soratte assistette, nel corso degli anni, alla nascita di numerose aziende agricole, le Domuscultae, che avevano intessuto rapporti commerciali con Roma ed utilizzavano il fiume quale principale via di trasporto. Questo stato di cose giustificò la presenza di numerosi approdi e di barche per traghettare i viaggiatori da una riva all'altra. Questa situazione finì con l'inizio delle invasioni barbariche in particolare da parte dei saraceni, dei normanni e degli ungari, che costrinsero le popolazioni all'incastellamento (fenomeno caratteristico del Medioevo caratterizzato dalla nascita dei castelli intesi sia come residenza feudale sia come insediamento o villaggio fortificato) ed al contemporaneo abbandono delle zone di pianura, causando così l'isolamento del Tevere dai centri urbani più importanti.

Nel Medioevo si rese pertanto necessario assicurare la difesa del castello e dei suoi possedimenti mediante l'impiego di personale militare. La campagna romana era piena di castelli che, abbandonati dopo quel periodo, furono distrutti dagli agenti atmosferici.

Quello di Riano è uno dei castelli rimasti in piedi. Esisteva fin dall'undicesimo secolo, infatti nel 1151 apparteneva a Guido, figlio di Leone dei Borbonesi da cui discendono gli Orsini. Edificata in cima al colle sulla roccia e nella piazza principale del borgo, la struttura consta di tre torri rotonde con feritoie. Al primo piano c'è una sala centrale con grandi finestre mentre su una parete si aprono varchi che portano ad altre camere. Al piano terreno vi è la cappella per le funzioni religiose dove si conservano dei dipinti dello Zuccari; seguono le scuderie, altri ambienti per dispense e magazzini e la cisterna per raccogliere l'acqua piovana discendente dai tetti. Ai piedi della torre che si trova a destra della piazza, una camera con finestra protetta da un'inferriata fungeva da prigione. Attorno al castello, sul lato nord, un alto muraglione (restaurato dal Genio Civile nel 1958), con sopra uno sterrato, dove si schierava la milizia per la difesa. L'abitazione del signorotto e della sua famiglia, in tempi moderni divenne abitazione di privati. In seguito il principe Boncompagni vi collocò l'asilo infantile, successivamente trasferito perché il sito era divenuto inagibile. Sul lato est della piazza si trova la chiesa parrocchiale e su quello ovest il palazzo baronale che, restaurato nel 1958- 59, è stato a lungo sede, al piano superiore, del municipio.

Servi e contadini dimoravano entro le mura di cinta del castello quando il paese contava circa 700 abitanti. Di fronte al palazzo baronale si trova la chiesa dell'Immacolata Concezione, eretta nel 1490 dai monaci benedettini di San Paolo fuori le mura. È a navata unica e reca all'esterno un'elegante porta quattrocentesca.

Edificata come chiesa parrocchiale, fu ricostruita e ampliata nel 1738 da Francesco Maria Ruspoli e dedicata a Maria Vergine Immacolata. Sul soffitto in legno della navata è dipinto lo stemma dei Ruspoli. Nell'abside quadrangolare è collocato l'altare maggiore con un quadro raffigurante la Madonna con il Bambino e i due altari laterali a metà della navata sono dedicati alla Madonna del Rosario e alla Vergine Assunta in cielo.

La chiesa di San Giorgio è la più antica: dell'ampio edificio resta l'abside con importanti affreschi. Venne costruita sopra una collina a Nord-Ovest del paese, in prossimità del cimitero. Si presenta all'esterno molto semplice nella struttura, con un piccolo campanile a vela che contiene una sola campana del 1442. A seguito dei ripetuti restauri e rifacimenti, dell'antico edificio oggi resta solo l'abside semicircolare, cui si accede da due porticine aperte ai lati dell'altare maggiore. Qui si trovano importanti affreschi, tra i quali la rappresentazione di San Giorgio che uccide il drago. Le pareti di sinistra e di destra della navata sono tutte dipinte ad affresco: il ciclo risale al XV secolo. Gli affreschi dell'abside risalgono invece al XII secolo. Gli affreschi sono stati recentemente restaurati grazie a contributi pubblici e privati.

La piccola chiesa della Madonna di Santa Pace, semplicissima nella struttura architettonica e nelle decorazioni interne, è situata nella valle a sud-est del paese di Riano. Con ogni probabilità il riferimento alla pace presente nel nome della chiesa si riferisce al motivo per il quale essa venne edificata, legato presumibilmente a un qualche tipo di calamità della quale fu vittima il paese. Sembra che tutto il popolo di Riano abbia partecipato alla sua costruzione: a navata unica, con pareti bianche e due altari. Sull'altare maggiore è collocato un quadro dedicato alla Madonna.

La chiesa è stata restaurata in epoca contemporanea e adesso si presenta in un ottimo stato di conservazione.

"I Fontanoni" è la prima fontana del paese, fatta costruire nel 1730 dal principe Francesco Maria Ruspoli, feudatario del tempo, come testimonia il frontone di marmo scolpito, per portare l'acqua alla cittadinanza. È stata completamente ristrutturata e portata al suo originale splendore in questi ultimi anni.

Il monumento a Giacomo Matteotti, realizzato nel 1976 dallo scultore Attilio Pierelli, si trova sulla via Flaminia, in loc. "Macchiarella”, a ricordo del tragico ritrovamento, il 16 agosto del 1924, del corpo dell'On. Giacomo Matteotti, deputato socialista, rapito il 10 giugno 1924, per poi essere ucciso dagli squadristi fascisti, in quanto scomodo alla dittatura.

Infine, l'ex Convento dei Frati Minori Cappuccini (ora Cittadella Ecumenica Taddeide), frequentato da San Francesco durante i suoi pellegrinaggi a Roma. Il Convento fu costruito nella seconda metà del Cinquecento quando la famiglia Cesi comprò il castello con tutte le terre e decise di erigere un convento per i Frati Cappuccini, probabilmente sui resti di un'antica struttura. Sembra che San Francesco, recandosi da Assisi a Roma, facesse qui la sua ultima sosta, evento che i Frati Cappuccini vollero così ricordare. Oggi, su quella collina, sorge la Cittadella Ecumenica Taddeide, oasi di pace, da sempre luogo di preghiera. L'edificio si compone di due parti: una riservata alla Comunità religiosa, l'altra adibita ad un accogliente Centro di Spiritualità ecumenica, per convegni, seminari e momenti di incontro; vi trovano ospitalità anche gruppi di pellegrini in visita alla Capitale.

A nord del paese corre la via Flaminia aperta dal console Flaminio nel 220 a.C. a sud la via Tiberina così chiamata perché costeggia il Tevere, parte da Prima Porta e attraversa tutta la pianura. L'unica via che metteva in comunicazione le due vie consolari era la via Campana Vetus: Via Campana, nel significato più semplice del termine, cioè di "strada che porta in campagna''. Aveva inizio dalla via Tiberina presso Ponte Storto, attraversava la Valle Perina, giungeva a Santa Pace continuava per quella che oggi si chiama via Chiarano e a Fontana dei martiri, saliva il Colle San Sebastiano, unendosi alla via Flaminia.

A testimoniare l'esistenza di questa via, sotto il ponte di Santa Pace vi sono ancora le pietre di selce poste dai Romani affinché le acque del torrente non rovinassero la via, altre pietre si trovano anche nella salita di San Sebastiano, in territorio di Castelnuovo, prima di in­ crociare la via Flaminia.

Quale fosse il percorso della via Campana in questo territorio è problematico, in quanto ne è ipotetica l'identificazione. Vitruvio ne accenna l'esistenza nell'Agro Falisco, mentre descrive le esalazioni mefitiche di una sorgente in quei luoghi. Questa è la tesi più verosimile. Poiché è inammissibile che si tratti di un qui pro quo del celebre architetto romano (che mostra di ben conoscere il territorio e le rispettive cave di estrazione) è piuttosto da supporre un'unica via traversa, che metteva in comunicazione la via Tiberina con la via Flaminia a cavallo dei due territori confinanti dell'Etruria meridionale (l'Ager Faliscus e l'Ager Capenas). E la stessa via che fu chiamata Campana Vetus o vetere nel Medioevo, epoca in cui era sopravvissuta l'antica denominazione, ma perduta la percorribilità nella sua interezza.

Quando poi nel Medioevo fu edificato il castello, intorno ad esso si radunò un certo numero di abitanti, che avvertì l'esigenza di una via più comoda e diretta, fu così che si decise di aprire la strada che, partendo dalla località Osteriola sulla Flaminia, ripercorreva un preesistente camminamento che inoltrandosi nel bosco conduceva al villaggio posto sul colle Rosta. Questa via, chiamata Provinciale, saliva sul colle San Giorgio e dopo il cimitero, per mezzo di un profondo taglio nella roccia scendeva al livello dell'attuale via Dante Alighieri. Giunta al Fontanone prendeva via delle cantinacce, in fondo alla quale si trovava via Campana Vetus. Nel 1847-48 questa via fu modificata ed attualmente ha inizio dalla via Flaminia e si unisce alla via Tiberina.

Per secoli la Campagna Romana e i territori limitrofi sono stati feudi delle grandi famiglie romane, prima definite baronali, e poi principesche. Al momento dell'unificazione italiana uno dei massimi problemi fu che queste terre risultarono molto mal coltivate e con un regime idrico che contribuiva a rendere malsana l'aria della stessa città di Roma. Venne quindi posta in essere dal governo del Regno d'Italia la politica agraria in misura abbastanza equilibrata. Sui vecchi feudi gravavano da tempo immemorabile antichi diritti delle popolazioni locali, inquadrabili negli usi civici, soprattutto di legnatico (antico diritto di entrare nei boschi altrui per raccogliere legna). La necessità di scioglimento di una situazione di coesistenza di possesso del feudatario con diritti reali minori della popolazione portò ad attribuire ai feudatari stessi un diritto di riscatto della loro proprietà "privata”: prima pensato in capo ai comuni, considerati come entità amministrativa, e poi attribuito a nuovi soggetti dalla legge Boselli (4 agosto 1894, n. 397), per i quali fu riutilizzato l'antico termine di Università agraria. La proprietà feudale veniva "affrancata" (cioè liberata) dal feudatario dal peso ed onere dell'esercizio degli usi civici da parte della popolazione sui terreni. Parte del territorio del feudo diveniva di proprietà collettiva della popolazione residente, mentre la parte riscattata rimaneva in proprietà privata all'ex-feudatario. Anche la successiva legge del 1927 sulla liquidazione degli usi civici sostanzialmente vide mantenute queste forme di proprietà collettive.

Cambiati i tempi, le originarie funzioni sociali di assicurare alle popolazioni la soddisfazione di un bisogno primario com'è la legna per riscaldamento e per cucinare, ora interessa paesi minori e un numero esiguo di persone che vi dimorano, mentre le proprietà collettive dei boschi e di altri terreni continuano a svolgere un ruolo fondamentale per la conservazione del territorio. I boschi ed i pascoli, perciò, rimangono in gestione delle Università Agrarie, non essendone autorizzata in alcun modo la perdita della proprietà collettiva da parte della popolazione proprietaria. Su tali boschi e pascoli, nonché sui terreni agricoli quotizzati ma non ancora legittimati/affrancati, permane il diritto di uso civico di pascolo e di legnatico, in forma strettamente regolamentata dalle vigenti leggi forestali e dal codice civile.

L’Università agraria di Riano ha affiancato il feudo appartenente al Principe Boncompagni Ludovisi.

Il comune di Riano si trova alle propaggini orientali dei Monti Sabatini dove questi degradano verso la Valle del Tevere con pianori tufacei ondulati, profondamente in­ cisi dall'erosione torrentizia dei numerosi corsi d'acqua che affluiscono al Tevere, attraversando il territorio comunale, con direzione prevalente nord-sud.

Il territorio è caratterizzato da quote non elevate, comprese tra i 20m. sopra il livello del mare, in corrispondenza delle piane del Tevere e i 250m. sopra il livello del mare in prossimità della via Flaminia.

Sotto l'aspetto morfologico nei tratti boscosi, che rientrano in quel complesso di formazioni vegetali indicati sotto il nome di "querceti sub-mediterranei'; si alternano fasce pianeggianti e ripide scarpate. Inoltre, i boschi dell'Università Agraria di Riano sono compresi nella cosiddetta Regione temperata di transizione tipica della media Valle del Tevere caratterizzata da precipitazioni annuali medio alte: tale situazione determina un'aridità estiva non molto pronunciata e freddo intenso che si prolunga da ottobre a maggio. Nel territorio di Riano sono presenti alcuni minerali tra i quali spicca la grande quantità di tufo che si presenta come un tipo di roccia sedimentaria piroclastica, formatasi in seguito alla cementificazione di materiali vulcanici.

L'abbondante presenza di questo particolare minerale tufaceo ha favorito, a partire dagli anni '50, lo sviluppo intensivo dell'attività estrattiva che ha rappresentato una delle prime opportunità di lavoro alternativo alla tradizionale attività agricola, divenendo altresì una voce fondamentale nell'economia locale.

L'impiego dei blocchi di tufo nell'architettura privata e pubblica si perde nella notte dei tempi. Con questo materiale sono state realizzate numerose opere monumentali che hanno resistito egregiamente al passare inesorabile dei secoli; come ponti, cinte murarie e abitazioni risalenti all'epoca romana, o ville e fortificazioni medioevali e rinascimentali tra cui il già menzionato Castello Baronale di Riano, con tutto il centro storico arroccato attorno al castello.

Si dice che il tufo necessario per la costruzione dei pilastri di fondazione del Colosseo provenga da questi luoghi. Esaurita l'attività estrattiva, il sito è soggetto a recupero ambientale, anche se non sono mancate idee e proposte che vedono nelle cave dismesse una sorta di palcoscenico naturale per eventi in campo culturale e del tempo libero. Ipotesi che in questi ultimi anni ha già visto una prima positiva sperimentazione attraverso lo svolgimento di spettacoli teatrali estivi il cui valore è stato amplificato dal suggestivo contesto scenografico dei luoghi.

Infine, sempre con riferimento all'economia locale, merita di essere ricordato il ruolo svolto dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Riano, formalmente costituita il 25 novembre 1966 con la sottoscrizione di 130 soci fondatori, successivamente trasformatasi in Banca di Credito Cooperativo di Riano a seguito dell'entrata in vigore del modificato Testo Unico delle leggi bancarie del 1993: il primo presidente fu Carlo Cappelli, mentre il primo direttore generale fu Gioacchino Urbani. Nel corso della sua ormai ultra quarantennale attività la banca si è contraddistinta per il sostegno allo sviluppo dell'economia locale oltre che per aver sponsorizzato numerose iniziative per il recupero/restauro di alcuni siti ed edifici storici presenti nel territorio comunale; tra questi ricordiamo i restauri nelle chiese dell'Immacolata Concezione, di S. Giorgio e di Santa Pace. Un contributo non meno significativo è stato svolto nell'ambito della valorizzazione della cultura e delle tradizioni locali con la pubblicazione, nel 1983, di un libro dell'ex Sindaco Rinaldo Simonelli ("Voi siete la primavera della vita”) che ripercorre la vita di Riano e dei Rianesi nei decenni che precedettero il II conflitto mondiale e quelli immediatamente successivi.